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Lucia Santoro: la poesia del cuore
Percorso culturale di Mario Santoro
Lucia Santoro entra nel mondo della poesia con la silloge di versi "L'albero della vita" che testimonia di una poesia della spontaneità, nell'accezione migliore, o più propriamente poesia del cuore, dei sentimenti forti e radicati nel profondo, della ricerca e dello scavo interiore, del bisogno insopprimibile di pervenire, per quanto possibile, alla "denudazione" dell'anima, pur con i veli molti del pudore a coprirla lievemente e delicatamente. E continua il suo bisogno di scavo interiore con la seconda silloge dal titolo "Oltre il senso della cose" che risulta meno esplicito del primo e, in un certo senso più intrigante e misterioso anche se il piano tematico ed argomentativi risulta essere lo stesso.
E sempre con la stessa disposizione d'animo, ma con una progressione in termini di linguaggio, risulta composta la terza silloge di versi "Pianista del cuore" che si avvale, in copertina e all'interno, di disegni pregevoli di Benaglia.
In tutti i casi il bisogno dello scavo interiore, che è anche tentativo di levigazione della parola nello sforzo di connotarla meglio e nell'inseguimento del verso primo di cui parla Paul Valery, talora diventa nell'autrice tormentosa tensione, dramma interiore, sfibramento e finanche rischio di caduta nella denotatività e nella referenzialità, costituendo, se si vuole, una sorta di limite implicito.
Del resto, sovente o quasi sempre, per il poeta, comporre versi è logorio e comporta una sorta di insoddisfazione o di non soddisfazione piena perché la parola, sovente lampo o folgorazione per richiamare Ungaretti, a volte si lascia piegare, plasmare, modellare, altre volte non si flette alla forgiatura e talora finisce per essere sfuggente, inquieta, scivolosa o soltanto quella "storta sillaba" tanto cara a Montale.
Di tutto questo Lucia Santoro è ben consapevole per averlo sperimentato nelle tre raccolte su citate con la sua voglia, a tratti smaniosa, di dire e di non dire, di accennare o di suggerire uno sbocco, di farsi e negarsi ad un tempo, di consegnarsi, quasi resa apparentemente incondizionata, al lettore e alle sue molteplici possibilità di disambiguazioni.
La tentazione emotivo-lirica emerge a tutto tondo e coinvolge, sia la poesia sia l'autrice, in una sorta di binomio perfetto e in un riferimento chiaramente, o prevalentemente, intimistico e personalizzato ma con possibilità di aperture, a tratti gelose, verso l'altro che non è mai ipotetico o genericamente inteso, ma quasi sempre si connota mediante aspetti specifici e caratteristiche proprie.
E così le note della poesia, che è essenzialmente intimistica, come viene espressamente dichiarato, non solo sono molteplici, ma sono anche affidate ora all'albero che rappresenta la vita, ora al senso misterioso delle cose, ora infine alle esperte mani del pianista che sa trarre, nella sua perizia, una vasta gamma di suoni, di per sé emozionabili, e con essi un'altrettanto vasta gamma di emozioni, di sensazioni, di palpiti, di sospiri, di piacevolezze, di tenerezze, di sfumature, di particolarità in un'atmosfera capace di amalgamare tutte le specificità, sulla linea della magia e dell'incanto.
La poesia trabocca di sensazioni, di emozioni, di stati d'animo, ora evidenziati con pochi tocchi, in un verseggiare efficace e tendente al sintetico e quindi piuttosto impressivo, ora, al contrario, in una disposizione verbale tendente alla fluenza delle parole per bisogno interiore di capire e di farsi capire.
Mi pare che il linguaggio oscilli tra questi due poli di riferimento che tendono a rappresentare la diversa condizione dello stato d'animo dell'autrice, sempre pronta ad arrovellarsi, a lacerarsi, a vivere sulla propria pelle le tensioni individuali e generali. Ne consegue che la parola esce con sofferenza anche quando fluisce in maniera apparentemente facile e leggera o quando appare forgiata, determinata, denotativa, prestabilita.
Ne consegue che, al di là degli aspetti contenutistici specifici e particolari, c'è sempre un filo conduttore che lega le tensioni emotive che spesso sono affidate ai significati soprasegmentali e sottesi come sembra testimoniare la copertina al secondo volume, realizzata dall'artista Nicola Petrizzi, che, negli elementi appena abbozzati, testimonia la necessità, in sintonia con la scrittura della Santoro, di andare oltre l'apparenza per scoprirvi una realtà dalle molte facce e dagli innumerevoli significati. Lo stesso intento è confermato nella copertina del terzo volume.
In ogni caso la poesia tende ad un certo grado di addolcimento:
"Settembre
l'estate è alla fine
in questo tiepido giorno
di sole marino,
i gabbiani stridono
sulla battigia".
Lo stesso senso di dolcezza lo si può ritrovare altrove:
Se chiudo gli occhi
risento il tuo fresco profumo
e un vago sapore di fragole".
Ma non sempre è così perché spesso subentra una sorta di ripensamento e come un bisogno di capire oltre la realtà, di scavare in profondità per arrivare quasi ad una definizione del significato primo dell'esistenza che viene consegnato all'amore nella dichiarazione aperta e nella ripetizione insistita fino all'esagerazione:
"
amore di madre
amore di figlio
amore per un uomo
o una donna
amore per la natura
amore per la giustizia
amore per la libertà
amore per Dio
amore per la vita
"
Poi l'autrice torna ad un certo pessimismo che funge da sfondo e che riemerge non nella sua crudezza ma ugualmente chiuso e doloroso per le ferite che sa riaprire e che impedisce di rimarginare. Anche il linguaggio sembra adeguarsi alla diversa condizione e così "Il mostro di carta in me si sveglia" oppure altrove ci sono:
"Farfalle leggere
mutilate dal tempo,
sporcate da mani pesanti
bramose di rubare il candore,
rese vane nella corsa
per un biglietto senza ritorno".
In ogni caso appare evidente il bisogno dell'autrice di dare e ricevere amore nella innumerevole conta elle sue manifestazioni, da quello fisico erotico sessuale a quello sublimante e tutto spirituale. Si tratta di amore inteso come appagamento dell'anima, di sentimento capace di colmare qualche vuoto, come estrinsecazione di affetto, di tenerezze, di delicatezze difficili da esprimere soprattutto con le parole. E naturalmente l'amore coinvolge anche la sfera affettiva familiare come testimonia, tra l'altro, il riferimento alla madre:
"Madre
di te amo le pieghe
del tempo sul viso
"
.
E potrebbe considerarsi filo conduttore l'amore che viene cantato spesso ora direttamente, ora più o meno velatamente e con qualche allusione, facilmente decifrabile.
E la dichiarazione d'amore, dolce, tenero, appassionato, vibrante, talora impossibile o costretta alla negazione, è presente sin dall'avvio perché il sentimento, con le sue mille possibilità di manifestarsi, permea di sé praticamente tutte le poesie, le attraversa, le nutre, le sostanzia, nella delicatezza dei tasti bianchi e neri da premere e negli accordi da non sbagliare, nell'equilibrio difficile da mantenere e sempre intelligentemente precario.
E amore domina, dunque, veleggia intorno, trionfa, si impone e sovente si apre a partiture fascinose, a riferimenti lontani e quasi dal sapore fiabesco:
"Se tu sapessi, amore
il male che mi hanno fatto
"
Ed è lo stesso sentimento che spinge l'autrice, altrove, a cantarlo poggiandosi all'anafora ricorrente, naturale ed insistita, alla ripetizione, quasi obbligata ma non monotona, a certi imperativi ottativi vibranti e che induce ad una sorta di annullamento pressoché totale in esso:
"Lasciamoci consumare
da questo amore fino a quando
tutto non sarà cenere."
Dall'imperativo ottativo ad un io-tu più dialogante, il passaggio è breve soprattutto se amore sa diventare esso stesso favola nel ricordo:
"Negli occhi
gli ultimi frammenti d' amore"
e poi, a distanza di qualche verso, sa pervenire alla dichiarazione, ammantata di malinconia ma aperta e convinta:
"
E già mi manchi"
nelle attese nullificate nell'attimo:
"
ti serro fra le braccia
mentre il tuo sorriso
cancella la mia lunga attesa".
Eppure, non lontana appare la certezza che tende a proiettarsi nel futuro, con la forza della consapevolezza:
"Ti amerò
anche quando il mare
non avrà più respiro"
e ancora, forse, anche quando:
"Il tuo amore
non sarà più
superbo lo annoterò".
E ciò può accadere anche perché la certezza, questa volta dell'amore dell'altro, ritorna a cantare:
"Non dubbi
so che tu
ci scriverai soltanto amore".
Canto d'amore, quindi, ma anche di sogno che sa muoversi al di sopra del dato reale, trasportando l'autrice in un'atmosfera rarefatta e quasi del tutto irreale, sia pure per pochi attimi, in un processo di astrazione che tende ad essere totale e tale da far rendere sopportabile finanche la sofferenza che, inevitabilmente, affiora qua e là e penetra nelle carni lasciando ferite profonde e laceranti, quasi una sorta di "piaga rossa languente" per ricordare Dino Campana, allontanata o protetta da diversi "bottoni di madreperla".
All'amore si accompagna, sovente e inevitabile, il sogno che assume valenze diverse: a volte si appoggia al bisogno di dimenticare e di cadere quasi in una sorta di apparente oblio; altre volte si colora di tinte forti, si ammanta di calore e diventa risorsa; altre volte, infine, si realizza quasi ad occhi aperti o come in stato di grazia e di leggera ipnosi fino a sconfinare nella favola e nella fiaba, percorrendo distanze spazio-temporali enormi e nullificando, nell'attimo, ogni sorta di barriera.
Ed è proprio il sogno a rigenerare, a spingere, a guardare avanti, ad ammorbidire il pessimismo che pure risulta presente ma non è mai distruttivo o peggio ancora catastrofico perché anche quando la poesia ricorre ad un linguaggio duro, aspro, tagliente, affiora sempre una sorta di positività che accende la fiammella della speranza.
E se ci sono momenti di chiusura, di abbattimento, di propositi disperati e disperanti che testimoniano la sofferenza e il dolore vissuti come intensi ed autentici perché l'autrice partecipa alle tensioni con tutta la sua persona e non sa fingere, non mancano tuttavia altre situazioni, non dico appaganti, ma tendenti ad un'idea di possibilismo che sovente sovrasta anche il "se", ipotetico solo nelle intenzioni e suggerito nella direzione della realtà:
"Se la prendi per mano
non ha paura del buio
Se la prendi per mano
farai fiorire la primavera
nell'autunno incombente di sua vita"
Questi i riferimenti della poesia di Lucia Santoro che tocca, ora sfiorandoli, ora soffermandosi, momenti diversi: gli affetti familiari sperimentati nella loro intensità, il senso dell'amicizia fino alle estreme conseguenze, la linea della solidarietà usque ad, il ripudio della guerra che non è mai giustificabile, la linea composta del pudore fino all'esagerazione.
E poi non mancano richiami ad elementi della natura con le implicite possibilità di interazione.
Per tutto questo prevale, quasi sempre, il dialogo interattivo, più spesso monologante, la comunione interiore, l'immediatezza della dichiarazione, pur nelle allusioni accennate e nei giuochi di incastro della parola da perfezionare, nei rimandi a figure retoriche che compaiono improvvisamente nella spontaneità della rappresentazione.
E la disposizione del verso sembra riprendere quella dell'autrice, ora tendente alla verticalizzazione per esprimere emozioni intense fino al senso della vertigine e dell'obnubilamento, ora portato ad una orizzontalizzazione, almeno nelle intenzioni, e quindi alla necessità della riflessione e della meditazione, con gli interrogativi sovente destinati a rimanere insoddisfatti e con al fondo il richiamo alla problematicità dell'esistenza.
In questa prospettiva qualche volta il giuoco naturale e spontaneo delle allegorie sembra addirittura farsi abile e come costruito come appare in certe disposizioni chiasmatiche volutamente doppiate e racchiuse in incastri che potrebbero risultare arditi:
"
fatto di orrore
di affannosi respiri,
di parole sconnesse
di gridate preghiere
di lacrime amare
di silenzio"
Altrove il ricorso ad elementi retorici, a finezze linguistiche, a strumenti specifici e particolari ad accentuazioni soprasegmentali, è meno evidente perché da questo punto di vista il cammino dell'autrice è ancora lungo ma non impervio, essendo buono l'avvio.
Del resto anche per la poetessa la poesia resta alla base percorso di ricerca e questa, nella sua accezione più ampia, non conosce il senso della fine, anche quando, o soprattutto quando si muove sulla dolcezza, sulla linea della magia e dell'incanto di un abile pianista che muove con disinvoltura le dita sui tasti bianchi e neri, quasi a farli scivolare e che accompagna i movimenti con i sussulti del cuore.

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